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SANT’ANGELO A SCALA (AV). Don Vitaliano: Gesù, ti prego, quest’anno non nascere.
, Venerdì 22 Dicembre 2006 - 18:24.
Caro Gesù Bambino, 

anche quest’anno il mio presepe è solo “virtuale” nella mia parrocchia on line. Se fossi stato ancora parroco di una parrocchia reale, avrei dovuto noiosamente tirare fuori la vecchia statuetta di gesso che Ti rappresenta. La statuetta che Ti raffigura roseo, biondo, con gli occhi azzurri, occidentale, ben nutrito e con la camicina di trine. Non Ti dispiacere se non ha mai rappresentato nulla per me.  

Perciò quest’anno ho deciso di farti una proposta, per toglierti dall’imbarazzo di far finta di nascere in una statua finta: ti prego, non venire proprio, non nascere! Tanto nessuno ti aspetta veramente.  

Non venire! Il nostro presepe quest’anno dovrebbe avere la mangiatoia vuota. E se proprio dobbiamo metterci qualcosa in quella mangiatoia, meglio metterci una bella bottiglia di vino. Come in quel manifesto pubblicitario affisso, in questo periodo, per le strade di alcune nostre città per pubblicizzare gli sconti attuati da un noto supermercato in occasione delle feste, dove c’è una vecchia mangiatoia con tanto di paglia su cui, al Tuo posto, è adagiata proprio una bottiglia di vino. Vera icona natalizia, questo “presepe” esprime, con lapidaria ed inequivocabile chiarezza, cosa ci attendiamo veramente dal Natale: ci attendiamo una bottiglia di vino… per dimenticare!  

Per dimenticare le esplosioni dei kamikaze per le strade asfaltate di Israele, o quelle dei missili per le strade polverose dalla Palestina, dove la dignità e il buon senso muoiono insieme alle vittime.  

Per cancellare dalle orecchie il rumore delle bombe su Kabul, su Baghdad e sulle cento città delle decine di guerre dimenticate ma attive nel mondo. Per offuscare ai nostri occhi la vista degli occhi – ancora aperti per un attimo ma senza vita – dei milioni di bambini morti perché in tantissimi luoghi del nostro pianeta è irreperibile perfino qualche grano di comunissimo sale da cucina per guarire la dissenteria. 

Niente di meglio che una bottiglia di vino per non contrastare la semina dell’odio derivante dalla guerra e lasciare che migliaia di persone perdano le braccia, le gambe, la vita a causa di un terrorismo arrogante, sempre più sanguinario e invincibile. 

Una bottiglia di buon vino di fronte alla sconfitta della pace e alla violenta ripulsa del pacifismo. 

Una bottiglia di vino per dimenticare la natura sfregiata e calpestata; per scordarci delle migliaia di migranti morti nei viaggi della speranza, offesi nella loro dignità, maltrattati dal nostro egoismo, rinchiusi nei nostri civili Cpt di sinistra.  

Una bottiglia di vino per restare passivi di fronte all’impoverimento dei poveri e all’arricchimento dei ricchi sempre più agguerriti e rivestiti di potenza. 

Una bottiglia di vino per mettere in pace la nostra coscienza che vorrebbe gridare di fronte alla schiava bambina costretta alla prostituzione, di fronte al malato terminale di AIDS privato della dignità della sua malattia, di fronte al malato terminale che si vede negare persino una discussione onesta sul suo eventuale diritto a morire dignitosamente, di fronte al disoccupato che tenta il suicidio, di fronte al tossicodipendente che vede eroina e solo quella nel suo domani, di fronte all’omosessuale che non vede riconosciuti i suoi più elementari diritti, di fronte al portatore di handicap eternamente bloccato da barriere materiali e burocratiche, di fronte al detenuto al quale non è riconosciuto il diritto a reinserirsi nella società, di fronte al barbone metafora della povertà e della disperazione della nostra parte di mondo ricco e opulento. Insomma, per tacitare la coscienza di fronte ai nostri contemporanei “pubblicani e prostitute che ci precederanno nel Regno dei Cieli”. 

Una bottiglia di vino per solleticare, proprio a Natale, una misera allegria artificiale e celebrare uno squallido fasto; raccattando pochi spiccioli di egoismo rivestito di carta stagnola. 

Non vediamo, infatti, più deposto alcun gesubambino nella tradizionale mangiatoia del presepe perché non abbiamo più voglia né intenzione di accogliere nessun bambino, nessun debole, nessun piccolo, nessun povero, nessuno che ci ricordi il dolore. Perché vogliamo, disperatamente, farci i fatti nostri. Preoccupati soltanto di esorcizzare ogni minaccia, sappiamo solo girare le spalle, e attaccarci ad una volgare bottiglia di vino. Con la forza di inginocchiarsi ad adorare un bambino, con il coraggio di credere all’unica forza capace di muovere la storia, quella dei deboli e degli sconfitti, non abbiamo più nulla a che spartire. 

Ti prego, Gesù, non venire! Anche se so bene che Tu continuerai testardamente a nascere, per ricordarci che Natale resta il Tuo più grande paradosso: ci mette di fronte a Dio stesso, il Creatore, che si fa bambino, debole e per giunta, povero. Un Dio che ci “scandalizza” perché mentre noi ci ostiniamo a volerlo vedere e invocare come l’Onnipotente, lui ci disobbedisce e si presenta come l’”onnidebole”; disobbedisce all’idea, tutta umana, di Dio e, caparbiamente continua a nascere, testardamente si incarna nella storia reale, nelle storie piccole, insignificanti, quotidiane e concrete, tra le pieghe, nei frammenti e negli scarti della Storia, quella decisa dai potenti e dai violenti. 

Invece noi abbiamo addolcito, smussato la provocazione, lo “scandalo“ di quel primo Natale. Abbiamo tentato una conciliazione impossibile tra il “bambino deposto nella mangiatoia” e il nostro egoismo benpensante. Abbiamo nascosto la provocazione del Natale sotto la festa che gli abbiamo creato attorno, una festa di luci e di carillons, di regali e di abbuffate, di elemosine di circostanza, di sentimentalismi sdolcinati, di prediche fervorose, di affari. E abbiamo sottratto Natale al povero Cristo e ai tanti, troppi, povericristi.  

Che il Bambino, figlio di straccioni, sia anche il figlio di Dio urta contro la nostra sensibilità pelosa e contro la nostra troppo unilaterale idea di Dio. In fondo, è più comodo considerarci a “immagine e somiglianza” di un dio potente che del Dio Straccione, e forse proprio per questo facciamo tanta fatica a vedere Dio nel povero, nell’emarginato, nel diverso, nell’escluso. 

Senza ipocrisia dovremmo ammettere che ci manca il coraggio di restituire Natale a Gesù Cristo e ai poveri. A quei poveri che non sanno più o non sanno ancora che Natale appartiene solo a loro. Dovremmo restituire il Natale rubato che, per tanti versi, non ci appartiene più. Perciò la mangiatoia dei nostri ricchi e artistici presepi dovrebbe essere vuota! 

Non so voi, ma io, forse per questo, provo sempre un senso di disagio quando viene Natale.  

              don Vitaliano                                                       

 

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