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Sabato, 10 Gennaio 2009
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ITALIA. La notte di follia a Catania richiama alla mente la morte di Sergio Ercolano, avvenuta allo stadio Partenio.
E’ inevitabile tornare con la mente al 20 settembre del 2004. La guerriglia di Catania, il sangue versato alle pendici dell’Etna richiama le stesse scene, lo stesso doloro di una notte follia allo stadio Partenio. Anche in quella occasione si trattava di un derby, il derby campano per eccellenza, Avellino – Napoli. Una partita da giocare il sabato sera per richiamare fasti e splendori di quando entrambe le squadre erano protagoniste del campionato di serie A. Il Napoli di Maradona e l’Avellino di Juary. Ma fu subito chiaro che quella partita con il calcio, con lo sport non centrava niente. Ed, infatti, dei delinquenti avevano pianificato degli scontri a tavolino e alla fine morì un ragazzo, Sergio Ercolano. Precipitò mentre tentava di mettersi in salvo. Una notte di pura follia, una notte di morte e di dolore e già allora si disse che non si poteva morire per una partita di calcio ma purtroppo nessuno ha avuto il coraggio di dire basta. E così si è arrivati alla tragedia di Catania e mai come questa volta si può affermare che quella notte arriva da lontano da molto lontano. Sono almeno dieci anni che le curve, le gradinate degli stadi sono in balia di delinquenti, di teppisti che, senza voler fare sociologia da quattro soldi, nascondono le loro frustrazioni dietro uno stendardo o una bandiera. Gli ultrà non hanno avversari hanno solo nemici. A loro non basta che la squadra vinca, desiderano che gli altri, i giocatori, i dirigenti ed i tifosi siano annientati. Al campo non si va per vedere la partita e per fare il tifo ma per andare in battaglia. Più ferrei sono i controlli e maggiore è la soddisfazione di eluderli, di portare dentro gli stadi, armamentari da guerriglia urbana. Prima e dopo ogni gara tengono sotto assedio le città. Ma di loro si parla solo, come purtroppo è avvenuto e come avvenne al Partenio, quando ci scappa il morto. Altrimenti vengono tollerati. Molte società, forse, tutte sono sotto ricatto da parte dei loro capi. I giornali fanno finta di non vederli. Gli altri, le persone per bene, la gente comune, preferisce evitare di andare allo stadio e la partita viene guardata in televisione. Nessuno anticorpo è stato prodotto per espellere questo virus ma, probabilmente, non si è riusciti a fare questo perché il calcio, tutto il mondo del pallone, è profondamente malato. E le cose non vanno meglio su i campi di periferia, nei campionati cosiddetti minori. Ed, infatti, la partita di ieri, Catania- Palermo, è iniziata con un minuto di silenzio per ricordare la morte di un dirigente calabrese di terza categoria, , ucciso a calci e a pugni. Abbiamo una conoscenza diretta del calcio dilettantistico campano e possiamo affermare, senza paura di essere smentiti, che molti di quei campi sono un covo di teppisti e di delinquenti, Tutti nessuno escluso. Ora è stato deciso di fermare i campionati. Una decisione sacrosanta ma, forse, non è sufficiente. Il problema è molto più articolato e pericoloso e per risolverlo c’è la necessità dell’impegno di tutti, altrimenti, il gioco più bello del mondo rischia di finire in Italia e per ironia della sorte potrebbe morire proprio a pochi mesi del trionfo della nazionale nel campionato del mondo.
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