Agricoltura sociale e carceri.

Il Convegno su “agricoltura sociale e carceri” chiude la prima edizione del Master di secondo livello “Manager delle imprese agro-sociali e delle reti territoriali (Miart)” promosso e attivato dal Dipartimento DEMM dell’Università del Sannio con la partnership di Mediterraneo Sociale scarl, e vuole essere una occasione per conoscere le esperienze, le realtà operative, le persone coinvolte nei processi inclusivi, oltre che le policy di supporto, al fine di offrire una occasione di confronto e discussione su un tema di frontiera nel dibattito scientifico e politico.
Al successo della prima edizione del Master Miart hanno concorso più elementi, una partnership tra Università del Sannio (Dipartimento DEMM) e la società consortile “Mediterraneo Sociale” (un’inedita esperienza di Rete di imprese sociali e agro-sociali profit e non profit, con una tradizione trentennale di impegno nel welfare di comunità e in attività sociali produttive, con spiccata mission etica centrata sulle economie territoriali inclusive); il numero di iscritti; le esperienze di stage in cui gli allievi sono stati coinvolti che hanno visto la partecipazione di Enti e Cooperative leader nel settore (dal Forum nazionale e regionale di agricoltura sociale, alla Cooperativa Capodarco, alla rete di fattorie sociali della Sicilia, alla Nuova Cooperazione Organizzata, per citarne solo qualcuno).
Un tema quello dell’agricoltura sociale – intesa come insieme di esperienze che coniugano le attività agricole con le attività sociali, finalizzate a generare benefici inclusivi e a favorire l’inserimento sociale e lavorativo di soggetti socialmente deboli e svantaggiati, a basso potere contrattuale e a rischio di marginalizzazione – quanto mai attuale, oggetto di attenzione crescente in ambito scientifico e istituzionale, con prospettive sviluppo sempre più interessanti anche a seguito dell’approvazione, lo scorso 2015, della Legge nazionale che ne articola e regola le funzioni.
Le pratiche di agricoltura sociale, in Italia, stanno vivendo una fase di forte evoluzione che riguarda le esperienze sul territorio, le azioni di discussione-animazione e l’interesse delle parti sociali, oltre che gli interventi di politica rurale e socio-assistenziale e la ricerca.
Rientrano nelle pratiche di agricoltura sociale il ripristino e la valorizzazione dei tenimenti agricoli all’interno degli Istituti Penitenziari, attività che ha permesso di sviluppare progetti di agricoltura e di trasformazione all’interno delle strutture carcerarie e di offrire, al contempo, opportunità formative, professionali ed occupazionali a detenuti in misura alternativa (legge 354/1975 e successive modificazioni). Di fatto, il trattamento penale prevede che le attività agricole possano essere utilizzate, come le altre attività lavorative, per la rieducazione, e finalizzate a favorire il reinserimento socio-lavorativo del detenuto.
Diversi studi sul tema hanno, infatti, confermato il forte potere rieducativo dell’attività agricola, la sua capacità di attivare processi di responsabilizzazione dei detenuti e benefici psico-fisici, soprattutto in termini motivazionali, riappropriandosi della funzione di cura e di supporto alla crescita. “Lavorare la terra” è per i detenuti un’attività particolarmente inclusiva, perché svolgere un lavoro al di fuori del luogo della reclusione permette di recuperare un senso di vita. In sostanza, l’attività agricola diventa uno strumento attraverso il quale ristabilire l’ordine giuridico violato e introdurre valori positivi negli stili di vita dei detenuti e, allo stesso tempo, offre loro un progetto di vita.
Le esperienze di agricoltura sociale nelle carceri si sono sviluppate, in parte, in modo autonomo, grazie alla particolare sensibilità delle direzioni e alla disponibilità di terreni all’interno delle strutture, e, in parte, sulla spinta di interventi legislativi. In alcuni casi, gli istituti penitenziari gestiscono direttamente i propri terreni, con il supporto di professionisti dipendenti dell’amministrazione penitenziaria, mentre in altri ne affidano la gestione a cooperative sociali. Vi sono, inoltre, cooperative che gestiscono lavorazioni artigianali di trasformazione dei prodotti all’interno delle carceri e aziende agricole e cooperative sociali che impiegano ex detenuti o detenuti, in regime art. 21, ai quali è concesso di uscire dal carcere per recarsi a lavoro fuori dall’istituto penitenziario, per poi rientrare obbligatoriamente la sera.
A prescindere dalla tipologia di l’attività agricola e dalla modalità di gestione della stessa, oggi, la quasi totalità delle esperienze di agricoltura sociale nel sistema penitenziario ha connotazioni positive.
Quello che emerge è una realtà fatta di eccellenze agroalimentari realizzate da detenuti ai quali viene offerta un’occasione di riscatto, una prospettiva di futuro attraverso il lavoro agricolo, sconfiggendo i pregiudizi nei confronti dei soggetti reclusi e creando un rapporto tra carcere e società civile. L’agricoltura sociale diventa, quindi, uno strumento per costruire una nuova cultura, attraverso il quale rendere la pena “utile” e facilitare il reinserimento dei “condannati”, regalando loro aria di libertà anche “dentro le mura” e instaurando un nuovo legame tra produzione agricola, uso della terra e legalità.

In questo ambito, dunque, si colloca il ruolo centrale svolto dalle cooperative sociali, che, oggi, rappresentano un punto di riferimento essenziale per creare una prospettiva meno afflittiva per la popolazione carceraria e per quel che riguarda le politiche di formazione/riabilitazione e lavoro della popolazione penitenziaria, nel corso degli ultimi anni protagoniste di esperienze di successo all’interno delle strutture detentive.
La creazione di prospettive di futuro, come di nuove condizioni di tolleranza, reciprocità e solidarietà non può essere delegata alle sole forze istituzionali, ma deve coinvolgere tutte le componenti della società, anche, e soprattutto, quelle produttive, interessate allo sviluppo di un nuovo modello di welfare. Ciò è tanto più importante se si considera la composizione della popolazione detenuta e le criticità collegate (immigrazione, tossicodipendenza, nomadismo, nuove schiavitù, delinquenza minorile, ecc.), che richiedono di rivedere il concetto della «pena», che oggi deve essere orientato a favorire processi di recupero e integrazione, inclusivi e socialmente responsabili, per far si che il “buon carcere” sia conveniente per il sistema sociale ed economico.

Le esperienze più significative portate avanti oggi da Istituti Penitenziari italiani in collaborazione con Cooperative sociali, testimoniate nell’ambito del Convegno, riguardano, tra le altre, la Casa Circondariale di Sant’Angelo dè Lombardi in cui opera la Cooperativa Il Germoglio; l’Istituto penale minorile di Nisida in cui opera la Cooperativa Bambù; la Casa Circondariale femminile di Pozzuoli in cui opera la Cooperativa Lazzarelle; la Casa Circondariale di Padova in cui opera la Cooperativa Giotto; la Casa Circondariale di Milano-Bollate in cui opera la cooperativa ABC; la rete di imprese Freedhom-Creativi Dentro.

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