Amianto: Isochimica; un’inchiesta da 220mila pagine

eliograzianoGli operai di Elio Graziano scrostavano l’amianto dalle carrozze ferroviarie praticamente a mani nude all’interno dei capannoni dell’Isochimica di Avellino. L’azienda, che aveva cominciato l’attività di scoibentazione per conto delle Ferrovie dello Stato nei primi anni Ottanta, quando nel frattempo l'”ingegnere” originario della provincia di Salerno era diventato anche presidente dell’Avellino in Serie A, fu chiusa nel 1988 dal pm della Procura di Firenze, Beniamino Deidda: a lui si erano rivolti alcuni operai che, tre anni prima, avevano commissionato uno studio al professor Nicola Castellino, direttore dell’Istituto del lavoro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. In quella relazione sono contenuti gli elementi che 27 anni dopo sono alla base dell’udienza preliminare, cominciata oggi nel capoluogo irpino, che chiede al Gup, Fabrizio Ciccone, di mandare a processo 29 persone, Graziano in testa, per omicidio plurimo colposo, disastro doloso e colposo, lesioni, omissione in atti di ufficio, falso in atto pubblico. Le pesanti ipotesi di reato, che riguardano anche manager di Ferrovie dello Stato, dirigenti e medici della Asl, e l’intera giunta comunale presieduta, nel 2005, dall’allora sindaco di Avellino, Giuseppe Galasso, emergono dalle 220 mila pagine dell’inchiesta coordinata dal Procuratore capo di Avellino, Rosario Cantelmo e dai pm Roberto Patscot e Elia Taddeo. Secondo gli inquirenti, “il grave inquinamento dell’intera area dove sorgeva l’ex Isochimica (a poche decine di metri dalla stazione ferroviaria, ndr) ancora oggi mette a serio rischio la salute dei cittadini”, in grado di “cagionare la morte accertata di almeno cinque operai che lavoravano all’ex Isochimica, e provocare lesioni gravissime ad altri 232 lavoratori”. Ambienti di lavoro, secondo la Procura avellinese, totalmente contaminati da amianto, di tipo crocidolite, la variante del minerale più pericolosa per l’uomo, le cui fibre si sono disperse nella zona e nell’intera città, che avrebbero causato “un numero imprecisato di decessi e malattie tra gli abitanti e i residenti di Borgo Ferrovia”. Nel corso degli anni, venti ex operai dell’Isochimica sono deceduti, l’ultimo in ordine di tempo, nel 2013, è stato Luigi Maiello: l’autopsia ha accertato che la causa della morte è stata un mesotelioma pleurico contratto dalla prolungata esposizione all’amianto. La vedova, Antonietta Tomeo, è tra le 237 persone, ex operai e familiari degli operai morti, che hanno presentato la richiesta di costituzione di parte civile, sulla quale il Gup del Tribunale, Fabrizio Ciccone, si esprimerà nella udienza fissata per il prossimo 10 novembre. Secondo i periti della Procura di Avellino, nell’area dell’ex Isochimica sarebbe stato sotterrato amianto per circa 2.276 tonnellate, senza contare quello disperso, secondo l’inchiesta del 1988 della Procura di Firenze, in provincia di Avellino e nella regione Campania: tra uno e due milioni di chilogrammi di amianto “raschiato”, dal 1983 al 1988, da 1.740 carrozze ferroviarie e 499 elettromotrici. In parallelo con il processo penale, vi è anche il filone del giudizio civile promosso da sei ex operai dell’Ischemica per danni morali e biologici nei confronti delle Ferrovie dello Stato. Il giudice, Pasquale Russolillo, lo stesso magistrato che presiede l’udienza preliminare per le 40 vittime del bus precipitato dal viadotto dell’A16 Napoli-Canosa in territorio di Monteforte Irpino (Avellino), avvierà la fase istruttoria nell’udienza fissata per il prossimo 20 novembre, dopo aver respinto le pregiudiziali dei legali delle Fs sulla non sussistenza delle responsabilità del soggetto committente le lavorazioni che avveniva all’Isochimica. Un altro fronte è costituito dai prepensionamenti: soltanto 29 ex scoibentatori dell’Ischemica su 200, affetti da patologie asbesto correlate e con malattia professionale riconosciuta, sono stati ammessi al trattamento previdenziale anticipato. Anche per questo, stamattina, davanti all’aula del Centro Sociale di Avellino, scelta come sede per l’udienza preliminare, gli ex operai hanno esposto un cartello con la scritta “Noi disoccupati e malati di cancro, dove sono finiti i 20 milioni stanziati per noi operai?”.

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