Cassazione annulla ergastolo a boss Pietro Licciardi difeso dall’avv.Vannetiello.

Oggi è approdato in cassazione il processo relativo al duplice omicidio di Cerino Cosimo e di Ottaviano Ciro, nonché relativo al duplice tentato omicidio di Castiello Francesco e Fastidioso Gennaro, fatti avvenuti in Napoli il 30 giugno 1995. L’obiettivo principale del raid fu Cosimo Cerino, uomo di punta del clan Licciardi, ritenuto responsabile di porre in essere delle scelte criminali in autonomia, senza concordarle con i familiari di Licciardi Gennaro, soprannominato “a scigna”, dopo il decesso di colui che aveva fondato la più forte organizzazione criminale della città di Napoli, la cd. alleanza di Secondigliano. L’inchiesta, condotta dalla Direzione Distrettale Antimafia di Napoli, raggiunse numerose persone. Va riferito che Licciardi Pietro, dopo un periodo di latitanza era stato “scovato” nella città di Praga, luogo dal quale è stato estradato nel dicembre 2000 per reati diversi dall’omicidio di Cosimo Cerino. Furono inizialmente individuati dal Pubblico Ministero quali mandanti Licciardi Pietro, Licciardi Maria e Bocchetti Gaetano, mentre furono ritenuti esecutori materiali Selva Giacomo, Sacco Claudio e Matuozzo Vincenzo. Alla fine delle indagini, la posizione di Licciardi Maria fu archiviata su richiesta del Pubblico Ministero. Tutti gli altri imputati chiesero di definire il processo con le forme del rito abbreviato, giudizio che si concluse con la condanna all’ergastolo di Licciardi Pietro, Selva Giacomo e Bocchetti Gaetano, mentre anni 12 furono inflitti a Sacco Claudio grazie alla sua collaborazione con la giustizia. Unico assolto fu Matuozzo Vincenzo.Successivamente alla condanna di primo grado intervenne anche il pentimento dell’altro esecutore materiale Selva Giacomo, il quale, come avevano dichiarato nel corso delle indagini numerosi altri collaboratori di giustizia (quali Sacco Claudio, Sabatino Ettore, Lo Russo Salvatore), ha anch’egli affermato che ad ordinare l’uccisione di chi aveva osato scavalcare i vertici della cosiddetta “Masseria Cardone”, fu Pietro Licciardi. La difesa aveva, senza successo, affrontato il tema del deficit della precisione nel narrato dei pentiti in ordine al mandato ricevuto da Licciardi, nonchè la contraddittorietà e la carenza della motivazione, come pure aveva segnalato la improcedibilità dell’azione penale per violazione in tema di mandato di arresto europeo. Il giudizio di secondo grado di svolse davanti alla Corte di assise di appello – seconda sezione penale – ove Bocchetti Gaetano fu assolto, Selva Giacomo fu condannato ad anni trenta nonostante la sua confessione, mentre fu confermato il carcere a vita al mandante Licciardi Pietro. La difesa propose ricorso per cassazione ed il procedimento assegnato alla prima sezione penale. Alla luce della elevatissima posta in gioco, il boss Pietro Licciardi, attualmente detenuto in regime di carcere duro, in data 27 marzo 2016, nel confermare la nomina all’avvocato Paolo Trofino, ha voluto rafforzare la sua difesa nominando in aggiunta l’avvocato Dario Vannetiello del Foro di Napoli. Così, al ricorso originario già scritto nell’interesse del boss, sono stati depositati motivi nuovi a firma dell’avvocato Vannetiello, ove è stato a lungo approfondito il tema del divieto di giudicare Licciardi in quanto estradato per reati diversi dagli omicidi di cui è causa. In particolare, in ben 13 pagine del ricorso a firma dell’avv. Dario Vannetiello, corredate da centinaia di pagine di documenti allegati, sono state illustrate le ragioni giuridiche in base alle quali, all’esito di un attenta valutazione comparata della decisone cd. “quadro” relativa al mandato di arresto europeo e della specifica norma sul tema vigente in Italia, nel caso di Licciardi non era proprio possibile processare Licciardi Pietro in quanto la Giustiuzia italiana non aveva provveduto a richiedere la estradizione suppletiva, quella relativa al processo per l’omicidio de quo.
La laboriosa ed attenta difesa ha anche provveduto a depositare alla Corte di Cassazione il provvedimento di estrazione emesso dal Tribunale di Praga come quello emesso dalla Corte di Praga, oltre che le risultanze processuali che, a suo parere, smentivano la versione resa dagli esecutori materiali sulle modalità del delitto, in particolare, la consulenza autoptica sul cadavere comprovante la reale traiettoria dei colpi, nonché il verbale di sequestro dei bossoli a dimostrazione che fu esplosa una raffica di colpi e non 5/6 come riferito dai pentiti.
Nella serata è giunto il verdetto dei giudici capitolini.

La Suprema Corte, presieduta dal dott. Aldo Cavallo, relatore Raffello Magi, dopo aver registrato le conclusioni del Procuratore Generale della cassazione che ha concluso per il rigetto del ricorso, dopo le arringhe difensive, è giunta alla clamorosa e sorprendente decisione di annullare l’ergastolo, senza disporre un giudizio di rinvio come di sovente accade in quei pochissimi casi di annullamento delle condanne, mentre ha rigettato tutti gli altri ricorsi proposti dai coimputati.
Infatti, la Corte di cassazione ha annullato sia la sentenza emessa dalla Corte di assise di appello sia emessa in primo grado.
L’annullamento totale di entrambi di giudizi dimostra che è stato condiviso il motivo di ricorso sulla assenza di una estradizione specifica proprio per il reato per il quale si è proceduto, cioè per l’omicidio di Cosimo Cerino e per gli altri sfortunati che si trovavano con lui in quel fatidico giorno.
Si resta in grande attesa di conoscere le motivazioni atteso che la recente giurisprudenza della cassazione proprio in casi simili, richiamata dalla precedente sentenza di condanna emessa dalla Corte di assise di appello di Napoli, era sfavorevole alla difesa.
Grazie al lavoro certosino svolto dai difensori è stata capovolta la precedente giurisprudenza di legittimità in tema di estradizione.

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