Sei i cervinaresi che vissero l’inferno di Cefalonia: tre morirono sotto i colpi dei tedeschi e tre fecero ritorno a casa.

Cefalonia è un piccolo paradiso terrestre. E’ un’isola, baciata dagli dei, di una bellezza mozzafiato. Forse, tanti dei ragazzi della divisione Acqui, solo grazie alla campagna di Grecia avevano visto il mare per la prima volta. Sapevano di rischiare la pelle, ma non avrebbero mai potuto immaginare che a Cefalonia sarebbe morto l’onore e la pietà. Oggi è l’otto di settembre. Sono trascorsi 74 anni da quando fu reso noto l’armistizio con il quale l’Italia cessava ogni ostilità con gli angloamericani. Un armistizio che lasciò l’esercito italiano allo sbando più completo, i nostri ragazzi da un giorno all’altro, si trovarono ad essere nemici di quelli che erano stati i loro alleati, i tedeschi. Ore drammatiche, durante le quali i nazisti si accanirono con gli italiani in uniforme, giudicandoli dei traditori. Ma quello che avvenne a Cefalonia, va oltre ogni barbarie che viene compiuta in tempo di guerra. La divisione Acqui decise di non accettare l’ultimatum tedesco di arrendersi. Badate bene non fu una decisione presa in solitaria dal generale Antonio Gandin. L’alto ufficiale sentì il volere delle truppe e decise di resistere sino all’ultimo colpo. La divisione Acqui, dopo qualche giorno di strenua difesa, capitolò e, alla fine, fu costretta ad arrendersi. Era una resa di una divisione in uniforme e ufficiali, sottufficiali e soldati dovevano essere protetti dalla Convenzione di Ginevra. Ma, l’onore non era di stanza a Cefalonia. Gli ufficiali del reich, dimenticando tutto le regole della guerra, decisero di ubbidire agli ordini del Fuhrer e sterminarono gli italiani. Molti furono passati dalle armi, appena gettarono i fucili in terra. Ad altri fu fatto credere di essere stati presi prigionieri, li caricarono su delle navi che, al largo, furono minate e fatte esplodere. Sull’isola erano presenti undicimila italiani ne sopravvissero solo duemila. Per il compianto presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quello fu il primo atto della nostra resistenza. Nella divisione Acqui c’erano anche sei soldati cervinaresi. Sei ragazzi, come tanti delle generazioni nate tra il 1916 ed il 1923, mandati a combattere una guerra di cui loro non potevano sapere nulla. Tre di loro morirono, altri tre soprvvrissero, anche se furono internati nei campi di concentramento. Il primo a perdere la vita, durante i combattimenti fu Antimo Tartaglione. Armando Persichini e Aniello Bove furono fucilati. Del primo non c’è certezza assoluta, ma del secondo c’è la testimonianza di un altro cevinarese Lazzaro Clemente che lo ha visto morire sotto i propri occhi. Anche Lazzaro Clemente fu passato per le armi, ma si salvò per miracolo. Alla prima scarica di mitraglia tedesca, il cervinarese cadde e subito dopo fu coperto dai corpi dei suoi commilitoni e fu creduto morto. Immaginate cosa deve aver passato quell’allora giovane soldato, sopra di lui ed accanto a lui c’erano solo cadaveri, ma lui non poteva neanche respirare perchè se avesse fatto un solo movimento, gli avrebbero dato il colpo di grazia. Oltre a Lazzaro Clemente da quell’eccidio infame, portarono a casa la pelle Alfredo Lengua che avrebbe scritto anche un libro su quei giorni e Francesco Cioffi. Lo scorso 27 agosto, un gruppo di Irpini guidati da Gianni Marino Direttore dell’Archivio storico della CGIL di Avellino, collaboratore dell’Associazione Italo-greca Mediterraneo, si è recata a Cefalonia a deporre una corona d’ alloro al Monumento della memoria. Poi, presso il museo storico di Argostoli sui fatti del 8 settembre 1943, è stato presentato in prima stampa il volume “ Soldati Irpini in Grecia”di Gianni Marino. In quel libro è contenuta anche la storia dei sei cervinaresi. Presenti a Cefalonia, anche due famiglie cervinaresi, quella di Francesco Viola e di Rosaria Ruggiero. Il primo è il nipote di Lazzaro Clemente e si sta impegnando da anni per la memoria di queste persone che non possono essere dimenticate, perchè sono stati i primi a cercare di fermare la barbarie ed hanno pagato con la vita.

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