Elogio del Silenzio un viaggio tra Babele e Pentecoste di Mons. Pasquale Maria Mainolfi.

La saggezza popolare ha coniato la frase “Il silenzio e d’oro”. Nel mondo d’oggi rischiamo di perdere la capacità di ascoltare veramente, di meditare cullati dal fruscìo del vento tra le foglie, dal cinguettio degli uccelli e dal gorgoglìo dell’acqua tra i sassi dei ruscelli. Si celebrano nel mondo tante giornate a tema ma sarebbe opportuno celebrare una “Giornata del silenzio”, per apprezzare la bellezza della natura senza il nostro disturbo. Sul tema del silenzio è stato realizzato un bellissimo film, “Il grande silenzio” ambientato nell’Abbazia della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi. La nostra epoca ha rimosso il silenzio, dimenticando che si tratta di una virtù, rara e preziosa. Nella società dominata dai social-network, tutti hanno diritto alla parola, nessuno resta più in silenzio, tutti si sentono in dovere di dire qualcosa anche se, nella maggioranza dei casi, si affermano enormi stupidaggini. Gente esperta di tutto per non dire niente di importante e significativo. La società contemporanea dei tuttologi genera questo dramma: tutti parlano ma nessuno sa niente e nessuno comunica niente. E’ il trionfo del nulla! Produciamo ogni giorno una mole di informazioni inutili e dannose. Quando non si ha niente da dire, occorre non dire niente. Il silenzio è interpretato oggi non come manifestazione di saggezza e di intelligenza ma come ammissione di ignoranza. Tutti avvertono in maniera cogente il diritto di esprimersi ma prima di sentenziare occorre informarsi e documentarsi. Il chiacchiericcio sta distruggendo la nostra società. Bisogna rimanere in silenzio e intervenire solo quando si è interpellati. Ieri come oggi la lotta è tra Babele e Pentecoste. A Babele tutti parlano la stessa lingua ma nessuno capisce l’altro e nasce la confusione delle lingue. A Pentecoste tutti parlano una lingua diversa e tutti si capiscono, come mai? Gli uomini di Babele sono animati da velleità di potenza, vogliono farsi un nome, ricercano la loro gloria, schiacciati dalla ipertrofia dell’ego. Gli uomini della Pentecoste proclamano le meraviglie compiute da Dio, non cercano la loro affermazione ma quella di Dio, poiché Dio è tornato al centro e alla volontà di potenza si è sostituita la volontà di servizio, alla legge dell’egoismo quella dell’amore. I mass-media sono i grandi protagonisti del momento. Si parla di comunicazione globale: stampa, televisione, internet e telefono cellulare permettono una comunicazione ininterrotta. Un progresso tecnologico grandioso. Ma questa orgia di comunicazione genera il rischio di chiudersi ad ogni altra comunicazione di diversa natura. Una comunicazione esclusivamente orizzontale, superficiale, manipolata, venale, usata solo per arricchire, che esclude un’informazione creativa, sorgiva, capace di scavare in profondità in noi stessi e negli avvenimenti. Notizie effimere che durano meno di un giorno. Uno scambio di povertà, ansie, insicurezze e paure. Una comunicazione senza comunione. Un parlare tra sordi che genera chiusura ed asfissia. Più cresce la comunicazione e più si sperimenta l’incomunicabilità. Un grande senso di vuoto che sfocia nell’assurdo e nella disperazione. Babele e Pentecoste sono due cantieri sempre aperti nella storia. Sant’Agostino dice che a Babele si costruisce «la città di satana», a Pentecoste «la città di Dio». E’ Babele ovunque c’è arroganza, egoismo e manipolazione dell’altro. E’ Pentecoste dovunque c’è amore e rispetto. Dio, il vero comunicatore, parla al suo popolo Israele reclamando il silenzio: «Vieni nel deserto perché voglio parlare al tuo cuore» (Osea 2,16). E Sant’Agostino suggerisce: «Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas: Non uscire da te stesso, rientra in te, nell’intimo dell’uomo risiede la verità». Blaise Pascal afferma: «Il silenzio eterno degli spazi infiniti mi atterrisce». E Antoine De Saint-Ex Supery: «Amore vuol dire soprattutto ascoltare in silenzio». E ancora, Marylin Monroe: «Il silenzio è l’unica risposta logica da poter dare agli stupidi». Tutti sappiamo per esperienza che le persone buone quando le fai soffrire non urlano. Ma archiviano. Si allontanano piano piano, senza far rumore, per non tornare più indietro. Continuano a essere buone, ma senza fidarsi. Ed è proprio in quel momento che con loro hai chiuso. Non si appoggeranno più a te, non si fideranno più di te. La straordinaria forza del silenzio! Madre Teresa di Calcutta infatti diceva: «I fatti hanno una voce molto più forte delle parole». La solitudine ci spaventa. Siamo fatti per essere con gli altri e abbiamo bisogno degli altri. Ma il deserto è un momento necessario della nostra esistenza per poter vivere proficuamente con gli altri e innanzitutto con Dio. Stare sempre immersi nel frastuono della moltitudine, vuol dire spesso disperdersi e impoverirsi. Dobbiamo cercare avidamente spazi e tempi per riflettere e decidere su cose importanti che riguardano il progetto della nostra vita e il rapporto con gli altri. Per questo è necessario essere soli, nel silenzio, nel raccoglimento, bandire le chiacchiere e le inutili curiosità per immergersi nell’oceano del silenzio. Qui abita Dio. Non un peso ma un valore il silenzio per mettere a tacere le altre voci che sono dentro e fuori di noi e ci impediscono di ascoltare la Voce. Solo il silenzio fa percepire la presenza del soffio dello Spirito. Fu così per Gesù nei 40 giorni di deserto, fu così per eremiti, santi e saggi di ogni epoca, è così anche per noi, oggi. Il silenzio è parola e fonte originaria di ogni linguaggio vero. Cresciuti all’ombra del chiasso, ora il silenzio acquista sempre più valore, tanto che la sua ricerca rimane uno dei segni del nostro tempo. Sant’Ignazio di Antiochia afferma che: «Gesù è la Parola uscita dal silenzio».

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