Follia e delirio di onnipotenza, affliggono anche i sacerdoti.

Il rito delle esequie ha lo scopo di offrire il suffragio al defunto, manifestare l’amore profondo della famiglia per la persona cara ritornata a Dio e ancora offrire conforto e solidarietà ai familiari. Purtroppo non sempre succede così, perché si moltiplicano i segnali della indifferenza e dell’arroganza. Ma quello che risulta più grave è che talvolta sia lo stesso sacerdote, ministro di grazia e di misericordia, a diventare strumento di violenza, prepotenza, isterismo, indifferenza e divisione, spingendosi fino alla perdita della educazione e del pudore. Quello che è accaduto nei giorni scorsi, in una Parrocchia di Cervinara, è letteralmente sconcertante e insostenibile. Mentre ci si preparava alla celebrazione della liturgia con la presenza della salma del defunto e la partecipazione di diversi sacerdoti, religiosi, ministranti e fedeli, il cosiddetto titolare della Parrocchia ha costretto un giovane seminarista venuto a manifestare la sua solidarietà e ad offrire la sua preghiera, a spogliarsi degli abiti liturgici in quanto, secondo il suo “sovrano e inappellabile giudizio”, con la sua presenza il povero seminarista avrebbe “disonorato” quella celebrazione. Il giovane è stato sommamente educato e tra umiliazione e sconcerto ha fatto prevalere sentimenti di civiltà e obbedienza di cui si è mostrato spaventosamente privo il parroco supponente, nonostante la sua lunga esperienza religiosa e pastorale. Sono fatti che impressionano e lasciano l’amaro in bocca. Qui non ci sono parole di commento perché la coscienza di ogni cittadino e di ogni credente ha gli strumenti sufficienti per giudicare e valutare. Credo che quando uno è malato, fosse anche un sacerdote, ha il sacrosanto dovere di curarsi e poi entrare in relazione con gli altri. Chi è afflitto da forme croniche e reiterate di isterismo non può pretendere di guidare una comunità e rimanere tra la gente, ormai confusa e smarrita, come l’immagine del Buon Pastore che guida le sue pecorelle con amabile pazienza e tenerezza. Alcuni che si dicono consacrati a Dio e al popolo hanno anche l’ardire di farsi chiamare con il nome del Padreterno “Abbà” che significherebbe Papà caro e premuroso. Mai come in questo momento storico assai confuso gli ipocriti devono togliersi le maschere e non inquietare ulteriormente i giovani già abbondantemente smarriti. Frattanto il vescovo di Benevento osserva, tace e se ne infischia.
Tanto riceviamo e pubblichiamo da un testimone del drammatico evento rimasto profondamente ferito.

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