Per i giudici avellinesi oggi non vi è la prova che Gennaro Pagnozzi sia un camorrista.

Si è concluso stamane, innanzi al Tribunale di Avellino, il processo per usura ed estorsione che vede imputato Pagnozzi Gennaro, elemento apicale della criminalità campana già a far data dagli anni ’70, capo dell’omonimo clan operante a cavallo delle province di Avellino, Benevento e Caserta, con propaggini nel territorio napoletano (zona S. Giovanni a Teduccio), padre di Domenico, ‘o professore, ritenuto il vertice della cupola romana come emerso nella recente inchiesta denominata “camorra capitale”.
A fronte di una richiesta di condanna ad anni 10 di reclusione formulata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Napoli, grazie al certosino lavoro della difesa, rappresentata dall’avv. Dario Vannetiello del Foro di Napoli, il più longevo boss campano è stato assolto da tutti i reati e ritenuto responsabile per un solo episodio di tentata estorsione.
Mite la pena inflitta, soli anni tre e mesi sette di reclusione, nonostante fosse soggetto pure recidivo .
Assolto anche suo fratello Pagnozzi Paolo, meno raggiunto da indizi, difeso dall’avv. Claudio Lanzotti .
A deciderlo è stato il Tribunale di Avellino, presieduto dalla Dott. Ssa Trioano, con a latere le dott.ssa Matarazzo e Centola ha ritenuto insufficienti le dichiarazioni rese dalle persone offese.
L’anziano boss venne tratto in arresto lo scorso 1° febbraio 2013 dai Carabinieri a Napoli in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa al termine di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli.
Oltre all’arresto del capoclan, le indagini portarono all’arresto di suo fratello Paolo Pagnozzi, della moglie, Rita De Matteo, e un elemento del clan, Davide Pisano.
Secondo l’accusa iniziale, i quattro, a seguito di un prestito elargito nel 2008 a una famiglia di imprenditori della Valle Caudina di 20 mila euro, avrebbero preteso, negli anni, la restituzione di interessi per circa 70 mila euro.
Quando gli estorti decisero di non pagare più, il clan cominciò a minacciarli e vessarli.
In più occasioni l’imprenditore e la moglie furono costretti ad incontrare Gennaro Pagnozzi che, nel dicembre 2010, nel negozio delle vittime, al rifiuto della donna di versare altro denaro, la avrebbe malmenata.
Dopo questo episodio scattarono le indagini che hanno portato la Dda di Napoli a chiedere al gip del capoluogo campano l’emissione delle ordinanze di custodia cautelare in carcere.
Il quadro indiziario raccolto dagli investigatori a carico dell’anziano boss era particolarmente grave, costituito da dichiarazioni delle persone offese, riscontrate da intercettazioni ambientali.
Tuttavia, le argomentazioni offerte al Collegio avellinese dalla difesa hanno fatto breccia nonostante in atti vi fosse anche una perizia volta a dimostrare che il tasso d’interesse applicato prestito elargito fosse usurario.
Colpisce una ulteriore decisione assunta dal Tribunale, quella di aver escluso, come richiesto dall’ avv. Vannetiello, suo storico difensore, la aggravante dell’essere il reato stato commesso da soggetto appartenente ad associazione camorristica.
Quindi, secondo i giudici avellinesi oggi non vi è più la prova che Pagnozzi sia ancora un soggetto facente parte della organizzazione camorristica.
Tanto equivale a dire che oggi il “giaguaro” non ruggisce più, quello che è stato il capo indiscusso del clan Pagnozzi, da sempre considerato elemento apicale della criminalità campana già a far data dagli anni ’70, che, grazie alla sua scaltrezza ed alle sue “fortune giudiziarie”, ha scontato solo undici anni di carcere in sessanta anni di malaffare .

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