Il mio ricordo di Aldo Moro di Vittorio Fucci.

Volutamente ho atteso che passasse la giornata di ieri, che segnava la drammatica ricorrenza del quarantennale dl sequestro dell’On. ALDO MORO. L’ho fatto volutamente perché tutta l’attenzione era attratta dai media che, con servizi quasi sovrapponibili, ricordavano il drammatico evento.
Ero giovanissimo quando il grande Moro fu sequestrato dalle Brigate Rosse, che sicuramente furono gli esecutori materiali del sequestro, e poi dell’infame omicidio di Moro, ma certamente non furono gli unici a volerne il sequestro e poi la morte. Resta una vicenda avvolta da molti misteri, che sono sicuro prima o poi saranno disvelati. Io sostenevo che lo Stato dovesse trattare la liberazione di Moro e non trincerarsi dietro la “fredda ragion” di Stato, sia perché andava salvata la vita di un uomo che aveva fatto della politica una missione straordinaria, sia perché avvertivo che la mancanza di Moro, rispetto al futuro dell’Italia e dell’Europa, avrebbe deviato in termini catastroficamente negativi il corso della storia. Oggi leggo che anche uomini come De Mita si dicono sostanzialmente pentiti della logica della fermezza, che non consenti la trattativa per la liberazione di Moro. Ebbene credo sia il caso di gettare via le maschere e di dire che tante mezze figure della grande Democrazia Cristiana non vollero la liberazione di Moro, che era una figura immensa ed ingombrante e che, a ragione, non le avrebbe fatto emergere, relegandole definitivamente al loro destino di mezze figure. L’abbraccio mortale che Moro intendeva realizzare, con l’incontro tra i Cattolici e i Comunisti, consentendo la convergenza delle rette parallele, avrebbe consentito di risolvere problemi fondamentali per la vita del Paese, regalando all’Italia un futuro certamente migliore, e avrebbe consentito, altresì, sia di pulire la DC da quei personaggi che avevano cominciato ad inquinarla, sia di liberare l’Italia, molto prima dalla caduta del muro di Berlino, dal pericolo di un comunismo ancora molto legato alla dittatura sovietica, consentendo la trasformazione del PC in una sinistra moderna e social-democratica.
Da giovanissimo ebbi due grandi onori:
1. Quello di far visita a Moro, insieme con mio Padre, nella sua casa estiva di Terracina, dopo che Papà realizzò ad Airola il primo esperimento politico del cosiddetto compromesso storico. Mi affascinò, tra l’altro, la curiosità di Moro che voleva sapere da Papà se quel esperimento si rivelasse positivo, secondo le sue aspettative, nell’interesse del bene comune dei cittadini di Airola;
2. Il secondo onore fu quello di ricevere una sua carezza, sugli scalini dell’attuale Hotel President di Benevento dal quale stava uscendo, dopo aver tenuto al Teatro Massimo il suo ultimo memorabile discorso pubblico. Qualche giorno dopo Moro fu sequestrato e poi trucidato. Quella carezza paterna sul mio volto di ragazzo la sento ancora oggi e resta per me una sensazione straordinaria che non mi ha mai abbandonato e non mi abbandonerà mai per tutta la vita.

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