L’esilio della memoria e del sogno nei giovani immersi nella crisi della modernità, di Mons.Pasquale Maria Mainolfi.

L’età giovanile è fortemente condizionata dagli eventi sociali e culturali, cioè dal “mondo” che gli adulti hanno costruito. In questi anni nella società italiana l’età giovanile ha spostato progressivamente i suoi confini fino a fissare il proprio limite intorno ai 34 anni. E’ in atto una trasformazione epocale, una vera e propria liquefazione e polverizzazione della modernità. Determinante appare l’influsso dei media elettronici. In pochi istanti si entra in relazione con persone ed eventi lontani migliaia di chilometri, senza la fatica necessaria per superare la distanza. Molti servizi sono accessibili on line. Gli smartphone consentono di telefonare, inviare messaggi, chattare, navigare su internet, seguire video, trasmissioni televisive e ascoltare musica. Nella cultura dell’Occidente la vita umana trova il suo senso nella storia, cioè nella memoria e nel progetto di futuro. Una trama tessuta sull’ordito del tempo in modo da formare una storia che ha radici nel passato e apertura all’effervescenza del nuovo, per progettare il futuro, dentro la mirabile osmosi di conoscenza e coscienza. Ma ora, nello spazio-velocità, il tempo è polverizzato, ogni istante, separato dagli altri, diventa autonomo e il suo significato relativo e soggettivo. Nessun istante è percepito come un elemento della trama che prende il nome di storia. Gli individui perdono la coscienza della propria appartenenza alla storia e della capacità di produrre storia, divenendo comparse prive di memoria e di sogni di futuro. Solo l’immediato è vissuto come reale. Le dimensioni del passato e del futuro sono espulse dalla coscienza, memoria e sogno esiliati. Risultato: involuzione regressiva, relativismo etico, liquefazione dell’identità della persona. E’ il trionfo del “carpe diem” del poeta Orazio. In un recente passato le società possedevano un unico centro simbolico, costituito da un sistema di valori, ideali e credenze, importante e irrinunciabile, condiviso dalla stragrande maggioranza. La società complessa e plurale ha dissolto il centro simbolico. La cultura sociale è divenuta simile a un arcipelago: transitando da un’isola all’altra mutano ideali, valori e credenze, capaci di orientare la vita delle persone. I giovani transitano in parti diverse della società e si adattano a valori, ideali e credenze diversi. Questa danza produce effetti devastanti sulla formazione della loro identità, progettualità ed etica: diventando «Uno, nessuno e centomila» dello scrittore siciliano Pirandello. Questo nomadismo della pluralità etica e ideale, sviluppa nei giovani una pluridentità capace di adattarsi ai diversi contesti sociali in cui si svolge la loro vita, cosicché la vita delle persone rimane sempre immersa nella “finzione”, ovvero nel mondo delle immagini prodotte o veicolate dai media elettronici. Questa immersione nel regime della finzione mediatica ha prodotto anche un indebolimento della capacità di relazione. Il virtuale sovrasta il reale e si interrompe la dialettica identità/alterità. Perdere il contatto con l’altro significa però anche perdere il contatto con se stessi. La crisi dell’alterità ha prodotto la crisi dell’identità delle persone. Secondo Durkheim l’indebolimento della dialettica tra identità e alterità favorisce inoltre la violenza. Nel labirinto prodotto dalla virtualità relazionale e dalla complessità sociale, il non avere un’identità stabile e coerente è ritenuto normale. I vissuti delle persone e soprattutto dei giovani sono divisi in tanti frammenti tra loro isolati che non riescono ad animare una esperienza esistenziale unitaria. Ogni esperienza vissuta diventa relativa. Nasce il politeismo etico. I valori proposti in famiglia sono contraddetti da quelli offerti dalla società. Questo genera relativismo e soggettivismo etico che permette di godere di tutte le opportunità e appagare desideri e bisogni che ogni frammento della realtà sociale offre. Muore la progettualità. Si moltiplicano incoerenza, pragmatismo e opportunismo. La profonda crisi di progettualità che affligge le nuove generazioni è un prodotto della cultura sociale in cui sono stati invitati a vivere, eccessivamente incentrata sul presente e sulla utilità. Nel passato la stabilità occupazionale consentiva ai giovani di progettare il futuro, oggi sono invece costretti a vivere nella precarietà e accontentarsi di ciò che il presente offre. Potremmo definire i giovani contemporanei “nativi precari”. La situazione reale dei nostri giovani è iconicamente espressa nella nota canzone “Morire” del gruppo CCCP: «Non so dei vostri buoni propositi perché non mi riguardano / Esiste una sconfitta pari al venire corroso / Che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo / La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere / La morte è insopportabile per chi non deve vivere / Lode a Mishima e a Majakovskij… Tu devi scomparire anche se non ne hai voglia / E puoi contare solo su te / Produci, consuma, crepa…». Pur dovendo constatare positivamente la presenza di una minoranza profetica di giovani che riescono a cogliere nel presente i segni del futuro, scelgono esperienze significative di alterità, si liberano dalle spire del relativismo e del politeismo etico, scelgono gerarchie stabili di valori, smettono di essere “mammoni” o “bamboccioni” e danno un senso progettuale unitario e coerente alla propria vita. L’egoismo e l’infantilismo del mondo adulto non ha saputo percepire i giovani come il loro futuro, ha offerto protezione e benessere, ma senza renderli soggetti attivi e protagonisti della vita sociale, economica e politica. E’ venuta meno la responsabilità generazionale degli adulti, rendendo sempre più arduo l’ingresso dei giovani nell’età adulta. Il modello di relazione intergenerazionale era e rimane alla base dei processi educativi e socializzanti, era e rimane il fondamento della cittadinanza democratica. Occorre un bagno di umiltà. Gli adulti hanno fallito la loro missione. I giovani ne pagano le conseguenze, con una puerilità che rischia di durare per tutta la vita. La rottura della relazionalità ha spinto anche alla rottura della relazione profonda delle persone con il territorio in cui vivono. Grandi masse di persone emigrano dal luogo di origine alla ricerca di un lavoro o fuggendo da carestie e guerre. Esperienza che non riguarda solo gli immigrati ma anche molti nativi che non vivono più il territorio come luogo in cui si manifesta la cultura e la maternità della terra. E bene dirlo con chiarezza: i nostri padri hanno peccato! L’educazione del bambino, invece di favorire la sua crescita sociale, intellettuale e spirituale, lo ha abilitato a diventare un “consumatore prezioso” di prodotti presso i grandi centri commerciali, bancomat, distributori automatici di bevande e telefoni cellulari superaccessoriati fin dalla tenera età. Solo il ritorno alla famiglia come palestra educativa privilegiata dell’amore e delle responsabilità, ci restituirà la speranza.

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