Mobilitazione della Cisl sulla Previdenza.

mario-melchionna-480x300Le modifiche dei requisiti di accesso al pensionamento, realizzate tra il 2004 e il 2011 sono state segnate da una visione solo quantitativa, finalizzata alla quadratura del cerchio dei conti pubblici, al di fuori di un quadro di riforma del sistema previdenziale attento alle nuove emergenze sociali. La legge Fornero ha aggravato la situazione, cancellando la possibilità di accedere al pensionamento tramite il sistema delle “quote” derivanti dalla combinazione fra età anagrafica e anzianità contributiva, senza tenere conto che esigenze di riorganizzazione del lavoro e dei sistemi produttivi delle imprese e del lavoro usurante, ostacolano la crescita del tasso di attività dei giovani e trasformano centinaia di migliaia di persone ormai prossime alla pensione in “casi di assistenza”, riproducendo, diseconomie, sprechi, disagio economico e sociale. Attualmente, l’unico canale di pensionamento anticipato è quello legato alla maturazione di un elevato requisito contributivo, a prescindere dall’età (42 anni e 6 mesi di anzianità contributiva per gli uomini e 41 anni e 6 mesi per le donne), soggetto a futuri aumenti per effetto dell’aggancio automatico all’innalzamento dell’aspettativa di vita. Il ripristino della flessibilità nell’accesso al pensionamento è una necessità ormai da tutti riconosciuta, a cominciare dai Presidenti delle Commissioni Lavoro della Camera e del Senato, dove sono state presentate proposte di legge che costituiscono sicuramente una buona base di partenza per individuare soluzioni positive nell’interesse dei lavoratori e del Paese. Fra qualche giorno conosceremo i contenuti del Disegno di legge di stabilità per il 2016 che il Governo sta preparando e come esso intenderà intervenire o meno su questo tema, anche alla luce del miglioramento del quadro di finanza pubblica, determinatosi negli ultimi mesi, dei positivi segnali di ripresa economica, che vanno però sostenuti con politiche economiche e sociali maggiormente orientate al sostegno della domanda interna, che resta indispensabile per consolidare la crescita ed assorbire più velocemente gli effetti negativi causati dalla crisi economica, in particolare riducendo l’elevata disoccupazione. Non nascondiamo le nostre preoccupazioni al riguardo. Rinviare ulteriormente, sulla base di un calcolo ragionieristico, perché mancano le coperture finanziarie, sarebbe sbagliato perché le conseguenze dell’aumento repentino dell’età pensionabile, realizzato con la legge Fornero, sono sotto gli occhi di tutti e la rigidità dei requisiti, che peraltro peggiorerà ulteriormente dal 1° gennaio p.v., per effetto dell’aumentata aspettativa di vita, rischia di riprodurre nuovi problemi. Nonostante sia a tutti ormai chiaro come l’irrigidimento dei requisiti di accesso al pensionamento abbia finito per amplificare le conseguenze negative della crisi economica, siamo costretti a mobilitarci ancora per evitare ulteriori problemi sociali e per difendere diritti già riconosciuti da norme vigenti, come nel caso degli esodati e che oggi vengono rimesse in discussione, sulla base di un calcolo economico sbagliato.
I problemi degli esodati e di altre categorie di lavoratori

Il Governo deve mantenere gli impegni assunti in precedenza dallo Stato, quando si è deciso che alcune categorie di persone andavano salvaguardate dall’aumento repentino e non graduale dei requisiti di pensionamento, per evitare che rimanessero senza alcun reddito.

Finora le risposte del Governo sono state insufficienti ed evasive perché ancora oggi non sono state indicate con chiarezza le soluzioni ai problemi aperti. I nodi da sciogliere con la legge di stabilità saranno molti e mettendo tutto nello stesso calderone il Governo ha finito per alimentare nuove preoccupazioni, creando incertezza sull’utilizzo delle risorse già individuate nel Fondo per gli esodati per scopi diversi, rispetto a quelli che le stesse leggi dello Stato, in passato, hanno ritenuto di voler tutelare.

Per questo occorre approvare la settima salvaguardia, estendere l’applicazione dell’opzione donna, affrontare i problemi della cosiddetta “quota 96” per il personale della scuola e i requisiti pensionistici del personale ferroviario, senza considerare queste misure alternative alla reintroduzione della flessibilità nell’accesso al pensionamento, che va realizzata già dal 2016, sapendo che i relativi costi potranno determinare già nel breve periodo effetti positivi sul mercato del lavoro, sulle entrate contributive e sulla crescita economica.
Reintrodurre la flessibilità nel sistema pensionistico

Le proposte di legge presentate presso le Commissioni Lavoro della Camera sul ripristino della flessibilità nell’accesso al pensionamento costituiscono, a giudizio della Cisl una base di confronto e di discussione importante: sostituire gli attuali requisiti rigidi con un intervallo di età entro il quale sia possibile accedere al pensionamento in maniera volontaria; la fissazione di una nuova quota che consenta il pensionamento senza disincentivi, la valorizzazione della contribuzione figurativa delle lavoratrici madri e di chi svolge lavori di cura e assiste familiari gravemente disabili.

Queste proposte consentirebbero di sostituire gli attuali requisiti rigidi di pensionamento, permettendo diverse possibilità di uscita anticipata, con 41 anni di contribuzione e senza penalizzazioni; al raggiungimento di quota 100 senza disincentivi, oppure a partire dai 62 anni di età con 35 d contributi ma con moderate penalizzazioni sul trattamento pensionistico.

Si tratta un patrimonio di opportunità che intendiamo cogliere e sostenere, fermo restando l’assunzione di due criteri irrinunciabili: l’adeguatezza dei trattamenti pensionistici corrisposti e l’equità che le soluzioni che verranno trovate devono garantire.

Questo significa, che gli oneri derivanti dalle proposte e dalle soluzioni in materia di flessibilità nel pensionamento non possono e non devono essere caricate esclusivamente sui lavoratori. Ciò implica, come Cisl, la nostra assoluta indisponibilità ad estendere anche agli uomini la cosiddetta “opzione donna”, tramite l’introduzione di misure che condizionino l’accesso anticipato al pensionamento in cambio del ricalcolo complessivo, dell’intera pensione, con il metodo contributivo, così come l’ipotesi del prestito pensionistico, già ventilato negli anni passati.

La penalizzazione derivante dal ricalcolo dell’intera posizione previdenziale con il contributivo finirebbe con ridurre, infatti, a seconda delle diverse carriere lavorative, l’importo della pensione fra il 20% e il 40% del trattamento pensionistico finale, a seconda della dinamica retributiva e del numero di settimane contributive calcolate con il sistema retributivo.

La condizione delle lavoratrici e l’opzione donna.

Per quanto riguarda la condizione specifica delle lavoratrici rileviamo come senza dubbio le donne siano state profondamente penalizzate dalla riforma Fornero dal momento che l’innalzamento dei requisiti pensionistici è stato sicuramente troppo accelerato, sia nel settore pubblico che nel settore privato. Sarebbe stata più opportuna una progressione più graduale pur nella considerazione che, in generale, l’equiparazione dei requisiti pensionistici tra uomini e donne rappresenti a nostro avviso un processo irreversibile.

Anche per questi motivi Siamo, come Cisl, favorevoli anche alle proposte di legge che estendono, fino al 2018, la possibilità per le donne di accedere al pensionamento in base all’articolo 1 comma 9 della legge 243/2004 (cosiddetta opzione donna) a condizione però che questa possibilità non pregiudichi gli ulteriori diritti delle lavoratrici che si renderebbero esercitabili sulla base delle altre norme in materia di pensionamento anticipato o flessibile.

In altri termini, anche se come già affermato siamo contrari a ipotesi di flessibilità pensionistica che si esprima in via generale tramite il calcolo o il ricalcolo della pensione con il metodo contributivo, pensiamo che l’estensione temporale di una norma già esistente che in quanto sperimentale dovrà comunque avere termine possa andare ad aggiungersi positivamente alle regole generali di accesso flessibile al pensionamento per poter venire incontro a specifiche esigenze delle donne se prevede un’età di pensionamento inferiore.
La tutela dei diritti previdenziali delle lavoratrici deve esprimersi anche attraverso il rafforzamento della copertura figurativa dei periodi di congedo di maternità e dei periodi di cura, con l’estensione del riconoscimento anche a fini previdenziali dei periodi di assistenza di familiari disabili gravi e la valorizzazione dei periodi di maternità presso tutte le gestioni previdenziali.

Il lavoro nell’età anziana e a staffetta generazionale

Il ripristino degli strumenti di accesso anticipato al pensionamento va completato con misure previdenziali atte a favorire nuove opportunità di impiego, specie per i giovani, promuovendo ed incentivando l’uso volontario del part time o dell’orario ridotto negli ultimi anni della carriera lavorativa, senza penalizzazioni contributive per i lavoratori interessati, attraverso il riconoscimento della contribuzione figurativa corrispondente alla riduzione di orario, condizionandola all’assunzione di lavoratori giovani.

A tale scopo va incentivato anche sul piano fiscale l’eventuale ricorso a forme integrative di sostegno retributivo, promosse dai contratti e accordi collettivi, anche aziendali, nel caso di passaggio dal tempo pieno al tempo parziale, con contestuale assunzione e inserimento lavorativo dei giovani coinvolti in specifici progetti di tutoraggio che richiedano un ruolo attivo da parte dei lavoratori anziani. La “staffetta generazionale” può contribuire a consolidare il rapporto fra le generazioni anche nel collegamento fra gli strumenti di accesso anticipato al pensionamento e quelli di inserimento al lavoro.
L’adeguatezza delle prestazioni

Nel futuro il tema del ripristino della flessibilità nell’accesso al pensionamento resta strettamente collegato a quello dell’adeguatezza delle prestazioni. Questo risultato dipenderà sempre di più anche dalla capacità del sistema previdenziale, nel prossimo futuro, di realizzare un adeguato livello di copertura pensionistica, obiettivo che si regge sull’equilibrio fra la pensione pubblica e la previdenza complementare che va rilanciata anche attraverso politiche fiscali coerenti con tale obiettivo e lo sviluppo di un’educazione previdenziale adeguata.
E’ necessario che i giovani recuperino fiducia nel sistema previdenziale pubblico e perché questo avvenga bisogna dare garanzie sull’adeguatezza delle pensioni future anche a chi in passato ha svolto o a chi svolge lavori saltuari, con retribuzioni basse o è entrato tardi nel mercato del lavoro.
Bisogna rivedere le modalità e i criteri dei coefficienti di trasformazione per il calcolo della pensione con il metodo contributivo, in modo da tenere conto della differente aspettativa di vita nei vari settori.
La ricongiunzione dei contributi deve essere equa
Il processo di progressiva armonizzazione delle regole pensionistiche tra dipendenti pubblici e privati che si è sviluppato in modo imperfetto e poco coerente in questi anni e lascia ancora aperti alcuni gravi problemi come l’abolizione della legge 322/1958 e l’estensione dell’onere delle ricongiunzioni introdotto in modo indifferenziato nel 2010 che ha imposto a molti lavoratori costi esorbitanti e insostenibili senza compensazioni sull’assegno pensionistico. L’introduzione di una parziale possibilità di cumulo gratuito con la legge 228 del 2012 ha solo attenuato il problema ma non l’ha risolto. E’ necessario quindi trovare soluzioni definitive, coerenti e applicabili a tutti anche per queste situazioni.
Lo sviluppo della previdenza complementare

Sulla previdenza complementare occorre promuovere un progetto straordinario di educazione previdenziale e di comunicazione istituzionale che coinvolga il Governo, le istituzioni pubbliche e private dedicate, le parti sociali e i fondi pensione ed individuare una nuova finestra temporale entro la quale i lavoratori attivi devono manifestare, anche mediante il “silenzio – assenso”, le proprie scelte relative al conferimento del trattamento di fine rapporto ai fondi pensione.

In considerazione delle importanti risorse oggi gestite dai fondi pensione è opportuno creare le condizioni affinché essi possano realizzare politiche di investimento di lungo periodo, più calibrate sulla finalità previdenziale e nell’interesse degli aderenti, favorendo, nel contempo, lo sviluppo dell’economia reale nazionale e locale e il finanziamento delle piccole e medie imprese. Resta ormai indispensabile armonizzare il regime fiscale della previdenza complementare dei pubblici dipendenti con quello più favorevole, vigente per i lavoratori del settori privato.

Nella prospettiva futura di ripresa economica ed occupazionale occorre creare le premesse per tutelare più efficacemente il potere di acquisto delle pensioni in essere, sia rimuovendo le attuali limitazioni sulla perequazione al costo della vita per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo, sia tramite la riduzione del carico fiscale che grava su di esse. Inoltre l’integrazione al trattamento minimo dovrebbe essere rivalutata in base agli incrementi della produttività del paese.

E’ necessario sostenere, anche tramite la fiscalità, i redditi di chi è già in pensione con particolare riguardo alle fasce di popolazione che percepisce assegni di importo limitato. Vanno migliorate le pensioni di reversibilità a fronte di effettive condizioni di disagio economico che si manifestino in caso di premorienza, soprattutto in presenza di figli a carico.

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