San Pasquale Baylon e la sua sorprendente attualità. La nota di mons.Pasquale Maria Mainolfi.

La vita riserva molte amarezze e soltanto poche soddisfazioni. Una delle gioie spirituali della mia vita è scaturita dall’attenta e gradevole lettura della biografia “La vita autentica di San Pasquale Baylòn” di Louis-Antoine de Porrentruy, del quale porto indegnamente il nome. Racconto vivo e possente, nel ritmo coinvolgente ed emozionante di ventuno capitoli essenziali e preziosi, interamente fondati sulle deposizioni offerte dai diretti testimoni della sua vicenda umana nei processi di beatificazione e canonizzazione. La figura di questo amico dei poveri e patrono delle Opere Eucaristiche si delinea in tutta la sua forza di attrazione. Nasce a Torre Hermosa in Spagna nel giorno di Pentecoste, il 16 maggio 1540 e, poiché in Spagna Pentecoste viene chiamata Pasqua dello Spirito Santo, i genitori Martino Baylon e Elisabetta Jubera, gli impongono il nome di Pasquale. La madre, animata da grande spirito di carità, ed il padre profondamente cristiano, influiscono molto positiva- mente sulla formazione di Pasquale che già da piccolo avverte grande attrattiva per la preghiera, una Speciale devozione verso il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia e la Madonna ed un tenero amore verso i poveri e i sofferenti. A sette anni il papà gli affida il compito di guidare al pascolo il gregge. Può gustare cosi più facilmente la preziosità del silenzio, della meditazione, dell’unione con Dio e l’incanto che si sprigiona dal grande libro della natura. Senza andare a scuola impara a leggere l’Ufficio della Beata Vergine e persino a scrivere, diventa umile e generoso catechista dei suoi compagni di lavoro e di dolore. Nel suo cuore coltiva un grande sogno: vivere nella divina compagnia di Gesù e di Maria. La visione celestiale di San Francesco e Santa Chiara gli fanno scoprire il disegno di Dio su di lui. Lascia il paese e a diciott’anni bussa al convento dei padri francescani di stretta osservanza riformati da San Pietro d’Alcantara. A motivo della giovane età e della mancanza di una valida presentazione da parte di qualche religioso, riceve un netto rifiuto e gli si impone una prova di due anni di attesa. Si mette al servizio di Garcia Martinez che gli affida l’incarico di guardiano di pecore. In questo tempo di prova riceve ancora il dono di una visione: vede in cielo un punto luminoso come una stella che dissolvendosi gli mostra una luce abbagliante nella quale tanti angeli adorano l’Ostia raggiante sul Calice. I coniugi Martinez, attratti dalla bontà, rettitudine e pietà del giovane garzone, vogliono adottarlo come figlio, destinandogli ricchezze e proprietà, ma lui rinuncia perché desidera solo entrare in convento, essere religioso e consacrarsi totalmente al Signore. Finalmente entra nel convento di San Giovanni Battista di Valencia destando in tutti ammirazione col suo grande fervore. Viene ammesso alla professione nel convento di Nostra Signora di Loreto il due febbraio 1565, Festa della Presentazione del Signore al Tempio. Rinuncia al sacerdozio e preferisce rimanere fratello laico per seguire in tutto le orme di San Francesco. Mette al centro della sua vita Gesù Eucaristia verso il quale avverte un’attrazione particolare e una tenera devozione alla Santa Vergine. Gli viene affidato l’ufficio di portinaio che assolve con grande abnegazione, accogliendo e servendo con squisita carità e affabilità tutti i poveri che bussano alla porta del convento e quanti ne incontra per strada o nelle case, quando gli viene affidato anche l’incarico di questuante. Offre da mangiare e da vestire e soprattutto edifica tutti annunciando la parola di Dio: un vero missionario che porta nelle case conforto, luce, pace, speranza e amore. Il Signore gli riserva il dono straordinario della scienza infusa che lo rende capace di consolare gli ammalati, stupire i teologi e confutare gli eretici. Ed ecco il semplice e sorprendente programma di vita: per Dio un cuore di figlio, per i fratelli sofferenti un cuore di madre, per se stesso un cuore di giudice severo. L’ardore lo divora. Appare a tutti come un focolare errante. Avverte scorrere anche nelle sue membra la passione malvagia come fuoco nelle vene ma la frena con aspre penitenze e severi digiuni. Custodisce così in mezzo alle spine sanguinanti il giglio bianco della purezza. Timido per natura come un agnello, diventa forte come un leone quando si tratta di difendere il primato di Dio e il rispetto per i fratelli. A piedi nudi anche in montagna e sui sentieri rocciosi ostruiti da rovi e spine, sempre convinto che “il regno dei cieli soffre violenza e solo quelli che fanno violenza a se stessi se ne impadroniscono”. Dalla penitenza sgorga la incessante preghiera, sua fedele e indispensabile alleata. Il Padre custode del suo ordine religioso gli affida l’incarico difficile e pericoloso di portare delle lettere al superiore generale che risiede a Parigi. Accetta con animo sereno e fiducioso, pronto a testimoniare obbedienza e fedeltà fino all’effusione di sangue. Dopo aver attraversato i Pirenei, viene insultato come papista e aggredito dagli eretici ugonotti nemici acerrimi della Divina Eucaristia e della Divina Vergine Maria. Il sacrificio fino all’eroismo viene premiato dall’assistenza speciale della Provvidenza. Nel 1576 viene nominato maestro dei novizi edificando tutti. La stima dei confratelli è altissima e pur rimanendo fratello laico viene nominato superiore del convento. Muore nel giorno di Pentecoste del 1590 a cinquantadue anni di età, mentre avviene l’elevazione dell’Ostia, durante la Messa solenne di Pentecoste. Una folla enorme e ininterrotta visita la sua salma esposta in chiesa. A tre giorni dalla morte, mentre la chiesa è gremita di fedeli, ancora una volta, durante la Santa Messa, all’elevazione dell’Ostia e del Calice, apre due volte gli occhi tra la commozione e l’ammirazione dei confratelli e del popolo. Miracoli straordinari si moltiplicano intorno alla sua tomba. I testimoni della prima ora raccontano che l’umile frate, quando si credeva solo davanti al Santissimo, preso dal sentimento dell’infinita grandezza di Dio e dalla sua nullità, si prostrava disteso per terra e, davanti all’immagine della Madonna, danzava, con il volto infuocato di ammirazione e d’amore. Testimoniava la Divina Presenza Eucaristica sempre, sia nella tenerezza adorante, sia con teologi affermati e famosi, ammirati dalla sua scienza incommensurabile, sia negli scontri con gli Eretici che lo sfidano e lo minacciano e che, rabbiosi per la sua sapienza invincibile, lo feriscono e quasi lo uccidono. Al centro nevralgico e dinamico della storia umana, Pasquale Baylòn ritrova la presenza del Figlio di Dio, fatto di Carne e di Sangue, Gesù tradito, accusato, condannato, percosso, flagellato, crocifisso, carico di tutti i mali e i dolori del mondo. Nel povero fraticello spagnolo c’è “la pretesa” sofferente e dolcissima di vedere l’Agnello nel cuore della vita dell’umanità e della Chiesa. Invece sperimenta tra lacrime amare come l’Innocente mansueto dell’Ostia divina sia ancora insultato e bestemmiato, mentre continua ad essere vita, nutrimento, calore, salvezza, pietà, misericordia e perdono per tutti. L’antica lezione di vita del nostro Santo, dopo oltre quattro secoli, rimane di un’attualità sconvolgente, essa è la profezia del Regno Eucaristico del Cristo, finalmente “tutto in tutti”. Il Tabernacolo, infatti, non è un sepolcro, il contenitore di una reliquia, un segno anche lugubre e spento che rinvia ad una presenza lontana, una finzione del trascendente e del divino. “Io Sono ” lo abita con la potenza della Luce infinita e dell’Amore assoluto ed eterno, anche se è assediato da insolenti gesti di indifferenza e di profanazione, anche se è ancor più flagellato dalla negazione, dall’oltraggio, dal sacrilegio e dall’empietà. Bisogna leggerla questa mirabile storia, e rileggerla! Per rendere Pasquale Baylòn contemporaneo nostro, per inseguirlo nell’orizzonte della fede vera e sulla via da cui si sono allontanati rovinosamente le nostre intelligenze e i nostri cuori. Per implorarne la vicinanza affettuosa, la compagnia confidente. Per invocarne l’amicizia fraterna che ispiri anche a noi i suoi due grandi Amori. Perché sospinga tutti noi, anche se credenti superficiali e smarriti, a non giudicare e a non condannare, ma a venerare e rispettare il Sacerdozio generatore dell’Eucaristia, a piegare le ginocchia quando all’elevazione, il Verbo fatto Carne si rende ancora presente tra noi, a tenere le mani congiunte quando si posa sulle nostre labbra Gesù, perfetto Dio e perfetto Uomo. Dovremmo invocare il prodigio dei “colpi meravigliosi che partono dalla tomba e dalle immagini” di questo Taumaturgo potente ad annunciare il “Trionfo Eucaristico” per accendere il desiderio e l’attesa dell’incontro esultante del nostro povero io con il Tu di Dio. Sull’onda rammemorante e la presa fortissima di quest’opera appassionante, San Pasquale, più conosciuto, più amato, più venerato, torni ad ergersi nella profondità del nostro cuore a difensore vittorioso della Chiesa e del Pontefice, del Sacerdozio e dell’Eucaristia, della Madonna e dei Poveri, venga a indicarci la via aspra e sicura della preghiera, della conversione, dell’umiltà, del perdono e dell’amore. Certamente irromperà di nuovo nella carne e nel sangue di noi mortali, a lungo sprofondati nella notte dell’apostasia e dell’indifferenza, il Mistero della Vita e dell’Amore che abita, in agonia, in mezzo a noi fino alla fine dei tempi.

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