Sentenza scioccante della Suprema Corte per il narcotrafficante sannita Arturo Sparandeo

Dopo meticolose indagini, il 19.04.16 nel corso di una perquisizione gli inquirenti rinvengono un consistente quantitativo di cocaina pari ad oltre mezzo chilo, ben 606 grammi, in parte suddivisi in dosi e la restante parte in undici buste di cellophane. Tale quantitativo era da ritenersi inusuale atteso che fu rinvenuto in una piccola città di provincia quale è Benevento. La perquisizione destò sconcerto in città anche perché furono nello stesso luogo, “Villa Bice”, sequestrati ben duecentomila mila euro in contanti e due armi da fuoco. Non solo. Accertamenti tecnici disposti dal pubblico ministero dimostrano che la cocaina era stata adulterata con una sostanza da taglio, il levamisolo, in modo da accentuare la potenzialità drogante e lesiva; ciò consentì all’accusa di contestare anche la aggravante di cui all’art. 80 dpr 309/90. Tutte le indagini portavano ad individuare il responsabile nella persona di Sparandeo Arturo classe 1967. Costui, incastrato da inequivocabili intercettazioni e dalla emblematica circostanza di rivestire la qualità di custode della villa ove fu trovato quanto caduto in sequestro, optò per il rito abbreviato e non tentò neppure di discolparsi. In sede di conclusioni finali, il P.M. chiese di condannare l’imputato alla pena di anni 18 di reclusione, ridotta a 12 per il rito abbreviato prescelto con rifermento ai tre reati a lui ascritti : detenzione di 600 grammi di cocaina pure adulterata, detenzione di armi da fuoco e ricettazione. Se la condanna era inevitabile, quel che, viceversa, apparve sorprendente fu la pena inflitta al narcotrafficante in data 15.05.17 dal Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Benevento, dottoressa Loredana Camerlengo. Infatti, il giudizio di primo grado si concluse con la condanna ad anni 4 e mesi 6 di reclusione grazie al sapiente lavoro difensivo degli avvocati Antonio Leone del Foro di Benevento e Dario Vannetiello del Foro di Napoli. La esiguità della condanna inflitta rispetto a quella invocata dal P.M. indusse l’accusa a presentare ricorso per cassazione. Nei termini di legge, la difesa dell’imputato, pochi giorni orsono, aveva provveduto a depositare una memoria di replica al ricorso proposto dal P.M., invocandone la inammissibilità per ragioni squisitamente giuridiche.
Nella tarda serata di ieri (14.02.18) la Suprema Corte di Cassazione – III sezione – presieduta dal dott. Aldo Cavallo, nonostante la articolata e profonda impugnazione del P.M., ha ritenuto immuni da censura le puntuali argomentazioni indicate dal Giudice di primo grado, ed ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dall’accusa, così come puntualmente chiesto dalla difesa, sia con atto scritto, sia con l’intervento orale in aula dell’avvocato Dario Vannetiello. La immediata conseguenza è la seguente: pur senza essersi svolto il giudizio di appello, grazie alla ponderata scelta dei difensori, è divenuta immodificabile la tenue pena inflitta allo Sparandeo, pari ad anni quattro e mesi sei di reclusione, sanzione che al momento continuerà pure a scontare agli arresti domiciliari ove trovasi da circa un anno, dopo aver scontato un periodo di carcerazione pari ad un semestre.

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