Su Pepe si abbatte la scure della Corte dei Conti.

fausto-pepefasciatricoloreE’ stata depositata in segreteria lo scorso 17 dicembre la sentenza del Collegio giudicante della Corte dei Conti della Campania che doveva decidere su tre incarichi conferiti dalla prima Giunta Comunale di Benevento formata nel 2006 dal sindaco Fausto Pepe e sull’operato di alcuni dirigenti comunali. Dei tanti indagati sono stati condannati solo in tre: il sindaco Pepe, l’ex dirigente del Personale Umberto Maio e l’ex segretario generale Antonio Orlacchio. Il primo cittadino dovrà pagare 60.000 euro, stessa cifra per Maio. Orlacchio dovrà invece la metà: 30.000 euro, per un totale di 150.000 euro, dei quasi 750.000 originariamente chiesti dalla Procura Regionale della Corte. Erano infatti state poste sotto accusa sia la nomina di Angelo Mancini giudicata effettivamente illegittima per colpa grave, sia quella di Francesco Delvino a dirigente della Polizia Municipale, sia quella di Silvio Ferrara a dirigente del Settore Urbanistica. Per queste due ultime nomine, il Collegio giudicante però non ha ritenuto esistere responsabilità da sanzionare. Sono stati, dunque, assolti gli ex assessori Aldo Damiano, Salvatore De Toma, Antonio Medici, Claudio Mosè Principe, Giuseppe De Lorenzo, Luigi Ionico, Luigi Scarinzi, Italo Palumbo e Luigi Boccalone; assolti pure gli attuali assessori Enrico Castiello, Pietro Iadanza, Cosimo Lepore e Raffaele Del Vecchio e con loro assolto anche l’ex dirigente Silvio Ferrara, difeso dall’avv.Michele Florimo.
I 150.000 euro che Pepe, Maio e Orlacchio dovranno restituire al Comune di Benevento, già rivalutati, saranno gravati di interessi legali a far data dalla pubblicazione della sentenza fino all’effettivo soddisfo. Tutti quanti i convenuti in giudizio, invece, dovranno pagare in parti uguali le spese per il giudizio assommanti alla limitata cifra di seicento euro. L’incarico conferito a Mancini, dal 2006 al 2011, è costato al Comune di Benevento 492.971,71 euro. Per poterlo svolgere occorrevano, oltre a una solida esperienza professionale, almeno l’iscrizione da cinque anni all’albo professionale. Mancini però lo era solo da tre.

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