Troppa Ipocrisia per i 50 anni dalla morte di Totò. La nota di Franco Petraglia.

Noi italiani, ahimè, siamo avvezzi a fare polemica su ogni cosa. Persino su una ricorrenza come i 50 anni dalla morte di Antonio de Curtis in arte Totò. Da un lato ci sono i tanti, troppi, che intonano peana per celebrare il più grande comico di sempre. Dal lato opposto coloro che ricordano pernacchi e stroncature con cui certa critica fustigò il principe della risata. Una critica feroce e demolitrice messa a tacere solo dalla sua fama. Ora, al contrario, tutti fanno a gara per salire sul carro dell’estinto. Ma tutto ciò il grande artista partenopeo lo aveva previsto nella sua visione del post mortem, tanto da fargli dire in vita:”Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole,paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore… Perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuti in qualcosa, bisogna morire”. E qui la mente mi riporta ad una saggezza di Libero Bovio (poeta, scrittore, drammaturgo napoletano): “Sarebbe bene amarli più in vita gli uomini degni che dopo morti,poiché la lode postuma o è un primo segno di rimorso o un ultimo gesto di ipocrisia”. Personalmente amo ricordare Totò come attore simbolo dello spettacolo comico in Italia. Uno dei maggiori interpreti nella storia del teatro e del cinema italiani. Drammaturgo, poeta, paroliere e cantante. Le sue opere rimarranno atemporali e piacevolissime. Così come la sua straordinaria generosità, solidarietà, bontà d’animo , carità cristiana e l’amore viscerale che nutriva per la sua adorata Napoli. Grazie, Maestro amatissimo, per il suo aulico paradigma di vita ed il prezioso patrimonio artistico–cinematografico-umano che ha lasciato al mondo intero.

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