Novavax: Il Vaccino Proteico Verso l’Approvazione EMA

Novavax: Il Vaccino Proteico Verso l’Approvazione EMA

L’azienda Novavax, con sede nel Maryland, ha sviluppato un vaccino contro il coronavirus denominato NVX-CoV2373, che si distingue per la sua formulazione a base proteica. Nelle prime fasi di sperimentazione clinica, questo vaccino ha dimostrato la capacità di indurre una notevole produzione di anticorpi. Già a marzo, la società aveva comunicato tassi di efficacia del 96% contro il ceppo virale originario, dell’86% contro la variante B.1.1.7 e del 49% contro la variante B.1.351.

Il vaccino Novavax agisce istruendo il sistema immunitario a generare anticorpi specifici diretti contro la proteina spike del coronavirus. Il processo di sviluppo ha avuto inizio con l’isolamento e la modifica di un gene che codifica per tale proteina. I ricercatori di Novavax hanno poi incorporato questo gene in un diverso tipo di virus, il baculovirus, il quale ha infettato cellule di falena. Le cellule infettate hanno successivamente sintetizzato le proteine spike, che si sono spontaneamente auto-assemblate in strutture simili a quelle che si trovano sulla superficie del SARS-CoV-2. È importante sottolineare che questa tecnica di coltivazione e raccolta di proteine virali è una metodologia consolidata, già impiegata nella produzione di vaccini autorizzati per patologie come l’influenza e il Papillomavirus Umano (HPV).

Dopo aver isolato le proteine spike dalle cellule di falena, i ricercatori le hanno aggregate in nanoparticelle. Queste nanoparticelle, pur mimando la struttura esterna del coronavirus, sono totalmente inerti e incapaci di replicarsi o di causare il COVID-19. La somministrazione del vaccino avviene tramite iniezione intramuscolare nel braccio. Ogni dose contiene una moltitudine di queste nanoparticelle spike, accompagnate da un adiuvante estratto dalla corteccia dell’albero di sapone (Quillaja saponaria). Quest’ultimo ha la funzione di attirare le cellule immunitarie nel sito di iniezione e di potenziarne la risposta alle nanoparticelle.

Le cellule immunitarie, in particolare le cellule presentanti l’antigene (APC), inglobano le nanoparticelle del vaccino e ne espongono i frammenti. Successivamente, le cellule T helper possono riconoscere questi frammenti; quando un frammento si lega a un recettore specifico sulla loro superficie, la cellula T helper viene attivata. Se una cellula T helper, già stimolata dalla proteina spike, interagisce con i frammenti presentati dalle APC, essa attiva a sua volta le cellule B. Le cellule B così attivate proliferano rapidamente e iniziano a produrre anticorpi specifici contro la proteina spike. Nel caso in cui una persona vaccinata venga esposta al coronavirus, questi anticorpi sono pronti a legarsi alle proteine spike virali, impedendo al virus di penetrare nelle cellule e, di conseguenza, bloccando l’infezione.

Oltre a ciò, il vaccino Novavax è in grado di innescare un ulteriore meccanismo di difesa, focalizzato sull’eliminazione delle cellule infettate. Quando il coronavirus attacca, le cellule colpite espongono sulla loro superficie frammenti della proteina spike. Le cellule presentanti l’antigene possono quindi attivare le cellule T citotossiche (o T killer), le quali sono capaci di riconoscere e distruggere le cellule infettate dal SARS-CoV-2, impedendo così la proliferazione del virus e la produzione di nuove particelle virali.

Il vaccino di Novavax offre notevoli vantaggi in termini di logistica e conservazione, specialmente se confrontato con le formulazioni a mRNA di Pfizer-BioNTech e Moderna. Mentre questi ultimi richiedono temperature di conservazione estremamente basse, NVX-CoV2373 può rimanere stabile fino a tre mesi se conservato in un normale frigorifero. La durata precisa della protezione conferita da questo vaccino è ancora sotto esame. Tuttavia, basandosi sul funzionamento di vaccini proteici analoghi utilizzati per altre patologie, si ipotizza che possa indurre la formazione di cellule B e T della memoria. Queste cellule specializzate conserverebbero la “memoria” del coronavirus per un periodo prolungato, potenzialmente per anni o addirittura decenni, consentendo al sistema immunitario di montare un contrattacco rapido ed efficace in caso di una nuova infezione.